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Gli stemmi sulla facciata di Palazzo Vecchio

palazzo vecchio particolare

Sulla facciata di Palazzo Vecchio a Firenze, poco sotto la torre arnolfiana, fra i beccatelli che sostengono il ballatoio, è ben visibile una serie di nove stemmi che si ripetono due volte sulla facciata, per proseguire poi parzialmente anche ai lati del palazzo.

Dipinti nel 1353 per celebrare la ritrovata libertà dei fiorentini dopo la tirannia del duca di Atene cacciato violentemente dalla città, essi sono tutti, a vario titolo, simboli che rappresentano Firenze nelle sue forme di potere e organizzazione politica, o nelle sue alleanze, di modo che presi insieme possono aiutare a comprendere la situazione della città a metà del XIV secolo.

Purtroppo riguardo alla loro interpretazione si sono dette, e si continuano a dire, molte inesattezze dovute al pigro ripetersi di tradizioni storiografiche o meglio folclorico-leggendarie tanto antiche quanto scarsamente credibili. A questo si deve aggiungere che la serie che vediamo oggi potrebbe anche essere descritta come un falso di fine Settecento. Ormai logore e consunte del tempo le immagini vennero infatti ridipinte nel 1792, ma ci sono buoni motivi per credere che non rispecchino in maniera del tutto fedele la serie originaria.

Se ci affidiamo alle poche vedute che rappresentano la facciata anteriormente al 1792 e delle quali possiamo presumere un intento realistico, come il quadro di Bernardo Bellotto del 1742 circa, dovremmo infatti pensare non fosse rimasto pressoché niente delle pitture originarie (è anche vero che in tale veduta il numero dei beccatelli è maggiore di quello effettivo). Curioso a tal proposito il quadro del famoso vedutista Giuseppe Zocchi, che fa vedere nella parete nord del palazzo una serie ripetuta di due soli stemmi, il giglio e la croce del popolo: non sappiamo se tale era effettivamente la situazione all’epoca o se si tratta solo dell’interpretazione del pittore delle scarse tracce rimaste (la quale replica i simboli che si trovano sopra le bifore).

Questo doveva quindi obbligare a una difficile scelta, e a una certa dose di arbitrio, i restauratori. In realtà più che all’interpretazione dei pochi segni rimasti sul muro del palazzo sappiamo si fece ricorso a una fonte libraria, un manoscritto della Biblioteca Magliabechiana del 1630 (il Priorista Chiari, Magl. II.I.262) nel quale nel recto della carta 218 sono appunto riportati i ‘simboli’ della Repubblica Fiorentina, in numero di nove, e con alcuni degli stessi errori che vennero poi replicati sul palazzo. In quei medesimi anni l’erudito Modesto Rastrelli scrisse una Illustrazione istorica del Palazzo della Signoria detto inoggi il Palazzo Vecchio nella quale descriveva gli stemmi appena ridisegnati dandone la sua spiegazione, che è ancora oggi la più popolare e ripetuta, ma aggiungendo qualche errore di propria iniziativa.

Occorre precisare, ad esempio, che non è mai esistita una serie ufficiale e fissa di immagini che le autorità fiorentine usavano nelle loro varie ‘fabbriche’, come suggerisce Rastrelli, la realtà essendo molto più dinamica, con alcuni stemmi che diventavano popolari per un certo periodo di tempo, magari breve, e altri che finivano dimenticati per disuso o per una vera damnatio memoriae. La serie di Palazzo Vecchio quindi non rappresenterebbe l’intera gamma di simboli che la Repubblica aveva usato nel suo già glorioso passato, ma fotograferebbe soltanto la situazione in un particolare periodo, come vedremo in modo neanche troppo preciso.

I simboli più antichi e tradizionali, e che erano certamente presenti anche nella serie originale, sono (nello stesso ordine in cui appaiono sulla facciata): la croce rossa su campo bianco, il giglio rosso su campo bianco, e lo scudo ‘partito’ di bianco e di rosso. Partendo da quest’ultimo la tradizione vuole che rappresenti l’unione fra la città di Fiesole e quella di Firenze, dopo la conquista della prima da parte della seconda. Come simbolo di pace, cioè, sarebbe stato deciso di unire in un unico scudo i colori di Firenze (il bianco) e di Fiesole (il rosso). I colori in realtà sembrano rifarsi a quelli usati dall’Impero prima che prevalesse il simbolo dell’aquila, e rappresentano il Comune di Firenze come entità statale che, nel momento in cui rivendica la proprio autonomia, non può comunque fare a meno di far discendere la sua autorità dall’unica fonte di potere legittimo allora riconosciuta (oltre a quello che deriva dal pontefice).

Il giglio rappresenta invece la città di Firenze non tanto come entità politica, ma come entità territoriale nel suo rapporto di dominante con altre località. Esso cioè viene imposto alle città conquistate, che spesso devono aggiungere il giglio ai loro stemmi originari in segno di subordinazione. Originariamente bianco su sfondo rosso, lo stemma fu “per division fatto vermiglio” come ricorda Dante alla fine del XVI canto del Paradiso, ovvero diventa un giglio rosso su sfondo bianco in occasione della vittoria della parte guelfa su quella ghibellina.

La croce rossa su fondo bianco che, come il “partito”, risulta essere stata usata sul vessillo issato sul carroccio che i fiorentini portavano in battaglia, assume in seguito una valenza maggiormente politica e di parte, simboleggiando una fazione cittadina, ovvero quella del ‘popolo’ che si opponeva alle prepotenze e gli arbitri della classe dei ‘magnati’. Prova ne sia che, così come il giglio era aggiunto agli stemmi delle città soggette, capitava che le famiglie di magnati che volevano rinunciare alla condizione magnatizia e diventare popolari erano costrette a cambiare cognome e stemma, spesso aggiungendo al loro proprio la croce del popolo.

A questi stemmi, più antichi e tradizionali, se ne aggiunsero poi altri via via che il quadro politico diventava più complesso e articolato. Sempre alla divisione fra popolani e magnati e alla vittoria della parte popolare possiamo ricondurre lo stemma che rappresenta la Signoria (il governo in carica) con la scritta “Libertas” in oro su fondo azzurro, e le cui prime attestazioni sono in realtà piuttosto tarde, negli ultimi decenni del Trecento (possiamo quindi dubitare che comparisse nella serie originale). Come tutti sanno trasversale a questa divisione nel tredicesimo secolo vi fu quella tra il partito dei guelfi e quello dei ghibellini, che vide infine la vittoria dei guelfi. Lo stemma che rappresenta la parte guelfa, che come partito – al pari del “popolo” – entrò a far parte integrante delle istituzioni, è un’aquila rossa che afferra un drago verde, con un piccolo giglio in testa all’aquila; è priva di prove documentarie la tradizione che vorrebbe lo stemma concesso da papa Clemente IV.

Gli stemmi rimanenti della serie rappresentano infine le alleanze che la città di Firenze strinse con le altre potenze, ovvero la Chiesa e la dinastia degli Angiò. Il quarto stemma da sinistra (quello che precede la Signoria e la Parte Guelfa) con le chiavi incrociate su fondo rosso è quindi lo stemma papale; nel Priorista Chiari le chiavi stanno su fondo azzurro ma questo errore, a differenza di altri, venne corretto in fase di esecuzione. L’ottavo della serie invece rappresenta la dinastia degli Angiò, così come il nono, ma questa è forse la parte più problematica nella quale si sono accumulati più errori, quindi occorre procedere con calma.

I fiorentini nel 1267 offrirono il dominio sulla loro città al re di Napoli Carlo d’Angiò, dominio che sarebbe durato fino al 1278, cioè fino a poco prima dell’istituzione del Priorato delle Arti col quale si fa normalmente coincidere la nascita della Repubblica (1282). Roberto d’Angiò, suo nipote, fu signore di Firenze nel periodo che va dal 1313 al 1322, mentre al figlio di Roberto, cioè Carlo duca di Calabria fu concessa la signoria nel 1326 (questi esperimenti di dominazione da parte di un signore straniero ebbero termine nel 1343 con la cacciata di Gualtieri di Brienne,il famigerato duca d’Atene). Ora, non c’è dubbio che l’ottavo stemma, gigli dorati in campo azzurro con una specie di rastrello in cima sia proprio quello degli angioini di Napoli. Lo stemma è fra l’altro derivato da quello dei reali di Francia, ma essendo Carlo il cadetto della famiglia reale fu costretto a differenziare il suo stemma per “brisura”, inserendo il rastrello.

Il problema è che Modesto Rastrelli attribuisce a Carlo d’Angiò l’ottavo stemma, e a Roberto il nono, che ha i soliti gigli dorati in campo azzurro nella parte destra dello scudo (per chi guarda) ma delle bande orizzontali nere e oro nella parte sinistra. Le spiegazioni del Rastrelli non sono però convincenti, e nel suo tentativo di razionalizzazione peraltro descrive le bande nere e oro come se fossero rosse e oro (quindi riconducendole ai “pali d’Aragona”, che però sono verticali). In realtà lo stemma, come si evince da altre occorrenze in diversi luoghi della città, è quello del ramo ungherese della dinastia angioina al quale evidentemente – e per un breve periodo – i fiorentini credettero di affidarsi come loro protettore al pari del ramo napoletano.

Le bande, in questo caso, avrebbero dovuto essere bianche e rosse (come si vede in alcuni stemmi raffigurati, ad esempio, all’interno del Palazzo Davanzati) e quello del priorista dev’essere un errore forse dovuto un’errata interpretazione dei pigmenti alterati in qualche altra fonte da lui consultata.

Non abbiamo detto nulla dello stemma numero sette, anche se ormai il lettore sa che si tratta dell’antica arma della città prima che diventasse guelfa, e cioè il giglio bianco su campo rosso. In realtà, e come ben argomenta l’araldista Alessandro Savorelli in un saggio di recente pubblicazione, è quasi certo che questo stemma non fu mai usato in seguito alla cacciata dei ghibellini né poteva essere inserito in una serie di stemmi ufficiali della repubblica, rappresentando il nemico sconfitto che semmai avrebbe dovuto subire una damnatio memoriae. Com’è finito fra gli stemmi del priorista?

Lo stemma comincia a fare la sua comparsa, o resurrezione, in alcune fonti iconografiche di tipo storico, come i dipinti del Vasari sul soffitto del Salone dei Cinquecento, dove compare nell’episodio della fondazione di Firenze da parte dei romani (e quindi non può che essere quello antico descritto da Dante e da Villani). Da qui la sua trasmissione negli stemmari del secolo seguente, il cui interesse è appunto di tipo storico-erudito più che giuridico – fondato sull’accumulazione più che sull’esattezza dal punto di vista istituzionale – e da qui, infine, il suo inserimento fra gli stemmi che decorano la facciata di Palazzo Vecchio.


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