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Il calendario fiorentino

IMP. CAES. FRANCISCUS PIUS FELIX AUG.
LOTHARINGIAE BARRI ET MAGNUS ETRURIAE DUX
BONO REIP. NATUS CUSTOS LIBERTATIS
AMPLIFICATOR PACIS CONCORDIAE VINDEX
SAECULI RESTITUTOR
HUMANAE SALUTIS EPOCHAM ANNOSQ. AB TUSCIAE
POPULIS DIVERSO INITIO COMPUTARI SOLITOS
AD OMNEM CONFUSIONEM ET DISCERNENDAE
AETATIS DIFFICULTATEM AMOLIENDAM UNA EADEMQ.
FORMA ET COMMUNIBUS AUSPICIS AB UNIVERSIS
LEGE LATA XII KL. DECEMBREIS ANNO MDCCXXXXVIIII
INCHOARI ITA IUSSIT UT NON QUEMADMODUM PRAETER
ROMANI IMPERI MOREM HACTENUS SERVATUM
FUERAT SED VERTENTE ANNO MDCCL AC DEINCEPS
IN PERPETUUM KALENDAE IANUARIAE QUAE NOVUM
ANNUM APERIUNT CETERIS GENTIBUS UNANIMI ETIAM
TUSCORUM IN CONSIGNANDIS TEMPORIBUS CONSENSIONE
CELEBRARENTUR

 

“L’Imperatore Cesare Francesco, Pio, Fortunato, Augusto, Duca di Lorena e Bar e Granduca di Toscana, nato per il benessere della collettività, guardiano della libertà, amplificatore della pace, difensore della concordia, salvatore del mondo; allo scopo di evitare ogni confusione e difficoltà nel discernere il tempo ha comandato, con legge del 20 novembre del 1749, che l’epoca e gli anni della salvezza dell’uomo, che solevano essere conteggiati dalle popolazioni toscane a partire da diversi giorni, vengano da tutti fatti iniziare in un unico e identico modo, così che che non venga più osservato il precedente costume, contrario a quello dell’Impero Romano, ma che a partire dal prossimo anno 1750 e in perpetuo, il primo gennaio che segna l’inizio del nuovo anno presso gli altri popoli, venga celebrato e usato nel conteggio del tempo anche col consenso del popolo toscano”.

 

 

Questa la targa che il visitatore di Firenze può ammirare nella parete ovest della Loggia dei Lanzi, in Piazza della Signoria. Altre due copie, visivamente molto simili, si trovano a Siena in Piazza del Campo e a Pisa, sotto la loggia dell’orologio del Comune. Come si può leggere sopra (anche in traduzione italiana per chi non conosce il latino) essa venne apposta per volontà del Granduca Francesco Stefano di Lorena (mentre l’iscrizione fu dettata dall’erudito Giovanni Lami) per celebrare un importante avvenimento, ovvero una riforma del computo del tempo, precedentemente conteggiato in maniera diversa non solo rispetto ai popoli fuori della Toscana, ma anche con differenze interne allo stesso territorio del Granducato. È l’occasione per una divagazione intorno agli affascinanti segreti della cronologia, e sui modi in cui i nostri antenati hanno cercato di non perdersi nei labirinti del tempo.

 

Misurare il tempo

 

Nella targa si dice che la questione riguarda il modo di conteggiare l’inizio degli anni che misurano “l’epoca della salvezza dell’uomo” il che ci fa comprendere che esisteva una certa concordia (se non proprio universale abbastanza condivisa presso la cristianità) almeno per un certo aspetto: quelli che vengono contati sono gli anni dell’era cristiana. Questo ci conduce immediatamente alla domanda “a partire da quando fu deciso di fare di Cristo la pietra di paragone dello scorrere del tempo, e da chi?”. In precedenza fra le varie alternative poteva essere usata l’era costantinopolitana, che parte dal 5508 a.C. – data del presunto inizio del mondo – o l’era di Roma (ab urbe condita) dal 753 a.C., oppure l’era di Diocleziano, detta anche dei Martiri, dal 284 d.C., o ancora poteva essere usata l’era del principe regnante (pontefice, imperatore, re, principe).

Fu un monaco del VI secolo originario della Scizia, Dionigi il Piccolo, a introdurre l’era cristiana. Dionigi aveva intrapreso il compito di compilare delle tavole pasquali (ovvero determinare la data della Pasqua nei vari anni secondo le regole stabilite dal concilio di Nicea nel 325) proseguendo il lavoro di Cirillo di Alessandria, che si era fermato al 531 d.C. Tuttavia Cirillo usava l’era di Diocleziano (dove il 531 corrisponde al 247), e a Dionigi ripugnava usare il nome di un persecutore di cristiani per computare la data di una festività cristiana, quindi decise di contare gli anni a partire dall’incarnazione di Cristo, ovvero secondo i suoi calcoli – basati sull’interpretazione dei passi evangelici – dal 753­-54 dell’era di Roma. Calcoli considerati imprecisi dalla maggioranza degli studiosi odierni (più verosimile una data anteriore di circa quattro anni), ma questo non impedì al nuovo sistema di diffondersi lentamente e infine di prevalere su tutti gli altri. Abbiamo detto a partire dell’incarnazione di Cristo, e proprio qui casca l’asino, perché il momento dell’incarnazione non corrisponde a quello della nascita, ma a quello del concepimento, il che dà luogo ai diversi “stili” con il quale si fanno cominciare gli anni dell’era cristiana.

 

Natività, Incarnazione o Circoncisione?

 

Le alternative maggiormente usate nel medioevo e all’inizio dell’era moderna erano appunto lo stile della Natività (25 dicembre) e quello dell’Incarnazione (o Annunciazione), cioè il 25 marzo. Oppure poteva essere usato lo stile della Circoncisione, che corrisponde al nostro uso attuale, ovvero al primo gennaio. In Francia si usava anche lo stile pasquale, il che comportava il disagio aggiuntivo di avere un inizio dell’anno mutevole, e date che potevano ripetersi due volte all’interno di uno stesso anno. A Firenze e Siena si usava proprio lo stile dell’Incarnazione, e quindi si usava festeggiare il capodanno il 25 marzo. Questo significa che se in un documento fiorentino è indicata ad esempio la data del 13 febbraio 1225 dobbiamo considerare che corrisponde al nostro 1226. Anche a Pisa si usava lo stile dell’Incarnazione, eppure lo stile fiorentino differisce da quello pisano, poiché mentre a Firenze l’anno cominciava in ritardo di due mesi e 25 giorni rispetto al computo moderno a Pisa piuttosto si anticipava di 9 mesi e 7 giorni, di modo che il 13 aprile 1225 in un documento pisano corrisponde al nostro 1224.

 

Giuliano o gregoriano?

 

Ad aggiungere ulteriore confusione (ma con ottime motivazioni) ci pensò Gregorio XIII nel 1582, quando decise di modificare il precedente calendario giuliano (introdotto da Giulio Cesare) che prese quindi il nome di gregoriano. Nel già ricordato concilio di Nicea fu deciso di fissare la data della Pasqua, per i cristiani, nella domenica successiva alla prima luna piena di primavera. Essendo il ciclo lunare diverso da quello solare questo comportava una data sempre diversa di anno in anno, e un calcolo abbastanza complicato per stabilire la data della Pasqua negli anni a venire. Ma oltre a questa difficoltà, che ci portiamo dietro tuttora, vi era l’inconveniente che la durata dell’anno giuliano è più lungo di circa undici minuti rispetto all’anno astronomico, il che nel corso dei secoli comportò uno sfasamento di qualche giorno della data ufficiale dell’inizio della primavera (il 21 marzo nella decisione conciliare) rispetto a quella dell’effettivo equinozio.

Fu così stabilito di cancellare una decina di giorni dalla cronologia e di saltare dal 4 ottobre del 1582 direttamente al 15 ottobre (inoltre si sopprimeva il giorno bisestile negli anni centenari non divisibili per 400 al fine di evitare ulteriori slittamenti). Il che significa che oltre ai diversi stili, per interpretare correttamente una data scritta su un documento di qualche secolo fa, occorre anche considerare se nel luogo ove il documento è stato redatto era già stato adottato il calendario gregoriano o era ancora in vigore il giuliano.

Per quanto riguarda la Toscana, la riforma venne immediatamente accettata, con bando granducale del 20 giugno 1582, ma per un certo equivoco storiografico si confonde talvolta questa riforma con quella del 1750 ricordata dalla targa, dove semplicemente si portava l’inizio dell’anno, per tutti i toscani, al primo gennaio (non aiuta a dissipare l’equivoco, ad esempio, l’articolo di Marcello Verga sul sito degli Annali della Storia di Firenze).

 

Idi e calende

 

C’è un ultimo particolare, rispetto alla targa e al computo del tempo, da spiegare: nella traduzione riportata è scritto che la legge con la quale si comandava la riforma è del 20 novembre 1749, ma il testo latino è un po’ diverso, e dice “il dodicesimo giorno (prima) delle calende di dicembre”. Si tratta del sistema romano per designare il giorno del mese per calende, none, e ide, che fu adottato anche nel medioevo e come possiamo vedere talvolta anche in età moderna. Il sistema era in origine basato anch’esso sulla durata del ciclo lunare (le calende erano la luna nuova, le idi la luna piena), ma per fortuna fu poi semplificato nel modo che segue.

Le calende (da cui il nome ‘calendario’) erano semplicemente il primo giorno del mese, le idi e le none invece erano mobili, a seconda del mese. Le none cadevano il settimo giorno nei mesi di marzo, maggio, luglio e ottobre, nel quinto giorno in tutti gli altri mesi. Le idi potevano cadere il tredicesimo o il quindicesimo giorno. Per indicare un qualsiasi altro giorno del mese, infine, si contava quanti giorni mancavano alla prossima scadenza (calenda, nona, o ida), giorno di partenza e giorno di destinazione inclusi. È un po’ complicato, ma basta farci la mano: avendo novembre 30 giorni, per sapere qual è il dodicesimo giorno prima delle calende di dicembre basta fare (30+2)­-12 che fa 20.

Fu così, per concludere, che dal 1750 in poi in Toscana si è sempre festeggiato il capodanno il primo gennaio, se si eccettuano due circostanze: una di queste è la parentesi del ventennio, che fece coincidere il capodanno dell’era fascista col 28 ottobre. L’altra, di segno completamente diverso, è la decisione delle locali autorità, dal 2000 in poi, di celebrare il capodanno fiorentino (il 25 marzo) con un corteo storico: omaggio alla storia e all’identità fiorentina.


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