4 Novembre 1966, l’alluvione

Memoria, testimonianze visive, restauri

Questo 4 novembre 2021 ricorrono cinquantacinque anni dall’ultima alluvione dell’Arno. Come ormai tradizione con una cerimonia ufficiale sono state ricordate le vittime, che solo a Firenze e nella provincia furono 38, e quei tragici giorni che stravolsero la vita della città e di cui ne cambiarono il corso. Con queste righe non posso aggiungere nulla alle pagine già scritte, ma oltre ad offrire alcuni riferimenti a chi volesse approfondire l’argomento, vorrei accennare a chi visiti la città dove trovare memoria visibile dell’alluvione.    

Prima di tutto a ricordo di questa e delle altre catastrofiche alluvioni susseguite nel corso dei secoli ci sono le lapidi che mostrano il livello dell’acqua. Se ne vedono ovunque in città, ma ricorrono soprattutto nella zona di Santa Croce e di San Niccolò che per il loro livello hanno sempre maggiormente sofferto durante le alluvioni fra cui le più memorabili rimangono quelle del 1333, del 1557 del 1844 e ultima proprio quella del 1966.

L’acqua dell’Arno ha permesso a Firenze sin dal XIII secolo di sviluppare le manifatture che hanno assicurato crescita e ricchezza. Spesso però il fiume, come se improvvisamente geloso della ricchezza che Firenze aveva guadagnato grazie a lui, si è ripreso con la furia delle sue acque molto sia in vite che che in beni. La lista delle alluvioni testimoniate dal XII secolo ne riporta 59 di cui ben nove gravi. Le più tragiche e memorabili sono quelle del 1333, del 1557, del 1844 e appunto quella del 1966.

Per quello che riguarda l’alluvione del 1966 va ricordato che l’ultima settimana di ottobre era stata molto piovosa e, dopo un brevissima tregua nel giorno di Ognissanti, nei primi tre giorni di novembre di nuovo intensissime furono le precipitazioni. Gli allarmi lanciati già dal giorno 3 novembre quando il fiume aveva iniziato ad esondare tanto a monte che valle della città furono ignorati tanto dalle autorità cittadine che a Roma. Questo anche quando il 4 novembre sotto la pioggia battente l’Arno continuava a crescere e già all’1 di notte cominciava ad allagare i quartieri periferici e verso le 2 anche il quartiere di Santa Croce e di San Niccolò. Le 7,26, quando la gran parte degli orologi elettrici di Firenze si fermarono, sono considerate l’inizio della tragedia, quando la città ormai isolata fu invasa in tutti i suoi quartieri dall’acqua melmosa e vorticosa del fiume impazzito. Eloquenti sono le fotografie che mostrano le strade e le piazze trasformate in torrenti impetuosi e minacciosi. Il livello più alto fu toccato fra via dei Neri e via di San Remigio- ben 4,9 metri, alla chiesa di san Niccolò 4,2 metri. Ma anche in piazza Duomo l’acqua raggiunse quasi i 2 metri per non elencare tutte le altre zone della città anche fuori dalle mura.  

Come detto solo in città e provincia ci furono 38 vittime. Dopo l’alluvione del 1966 circa 20.000 famiglie senza casa e 6.000 aziende chiusero la loro attività. L’alluvione del 1966 segna l’inizio dell’impoverimento di Firenze, con la perdita della popolazione e delle sue attività artigiane. Come calcolare il valore della perdita di competenze e tradizioni che ha comportato la repentina cessazione delle tantissime botteghe in cui si tramandavano secolari saperi?

Per quel che riguarda il patrimonio culturale è impossibile dare cifre esatte dei danni e delle perdite, ma si stima che tra i 3 e 4 milioni di libri e manoscritti furono danneggiati, insieme a circa 14.000 opere d’arte mobili, fra tutte la più famosa rimane il Crocefisso di Cimabue. Chi visita oggi Santa Croce può vedere il Crocefisso di Cimabue nella sagrestia, esposto all’altezza di più di 5 metri, così da metterlo al riparo da eventuali altre inondazioni. 

Dopo cinquant’anni è ritornata in Santa Croce anche l’Ultima Cena di Giorgio Vasari, commissionata da Eleonora da Toledo per il monastero delle Murate fra il 1546 e 1547. La storia di quest’opera di grandi dimensioni (ca. 262×580 circa) dipinta non ad affresco, ma su più tavole di pioppo è emblematica. Il suo stato apparve subito estremamente grave e la coscienza dell’impossibilità di procedere al restauro con le tecniche dei tempi portò a procrastinare senza dubbio aggravandone le condizioni. Finalmente nel 2005 l’Opificio delle Pietre Dure si è preso carico di questo compito e nel 2016 la grande tavola è stata esposta nel Refettorio di Santa Croce. Per evitare ulteriori danni durante eventuali alluvioni l’opera, che pesa ben 600 chilogrammi, è stata assicurata ad un complesso meccanismo di sollevamento, che grazie ad un sistema di pesi e contrappesi ne permette il sollevamento ad oltre 5 metri di altezza in solo 11 secondi. 

Concludendo impossibile non accennare ad alcune altre importantissime opere d’arte danneggiate dall’alluvione del 1966: l’Allegoria della Concezione di Giorgio Vasari nella Cappella Altoviti di Santi Apostoli che fu quasi completamente coperta dall’acqua e restituita al suo altare in recentissimi anni.

Altre sicuramente più famose sono le formelle della Porta del Paradiso del Ghiberti, due delle quali furono divelte dai battenti dalla furia dell’acqua,e la Maddalena lignea di Donatello allora in Battistero. Queste sono opere che in anni recenti dopo i restauri sono state trasferite al Museo dell’Opera del Duomo.  

Eloquente testimonianza dell’alluvione e dei giorni successivi sono le fotografie della mostra online organizzata dal Kunsthistorisches Institut di Firenze nel cinquantesimo anniversario, e quelle scattate da Balthazar Korab, di cui abbiamo qui proposto alcune immagini.

Caterina Barcucci

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