Some contents or functionalities here are not available due to your cookie preferences!

This happens because the functionality/content marked as “Facebook Pixel [noscript]” uses cookies that you choosed to keep disabled. In order to view this content or use this functionality, please enable cookies: click here to open your cookie preferences.

11 marzo 1513 – La scarcerazione di Machiavelli

Machiavelli-ritratto Santi di Tito_opt (1)

L’anno di Machiavelli – parte II

11 marzo 1513 – la scarcerazione di Machiavelli

papa Leone X visita Firenze nel 1514Per festeggiare l’elezione al soglio pontificio di papa Leone X, il fiorentino Giovanni di Lorenzo Medici, avvenuta il 9 marzo 1513, a Firenze fu indetta un’amnistia. Fra le mura del Bargello era recluso da quasi un mese Niccolò Machiavelli. Grazie all’amnistia l’11 o il 12 marzo egli fu scarcerato.

Le accuse che l’avevano portato ad essere recluso nella prigione del Bargello erano estremamente pesanti: cospirazione antimedicea. Quattro giovani, fra cui un Capponi e un Boscoli, avevano in modo maldestro intentato una congiura,  tuttavia non erano andati molto avanti nel loro piano, tanto che Giuliano di Lorenzo de’ Medici, allora di fatto signore di Firenze, giudicò quell’atto poco più che una ragazzata.
Infatti, consigliando nei loro confronti clemenza, scrisse che il tentativo era stato condotto “con poco ordine, senza fondamento e coda, et senza pericolo serio” e che i capo congiura erano “di poco conto e men seguito”.
Tuttavia fu rinvenuta una lista, stilata da uno dei congiurati, di circa venti nomi, fra questi figurava anche quello di Niccolò Machiavelli. Verosimilmente essi avevano appuntato i nomi di coloro che pensavano potessero essere solidali al loro tentativo. Machiavelli era assolutamente all’oscuro di tutto. Ciò nonostante il fatto che il suo nome fosse nella lista fu il motivo del suo arresto. E il 19 febbraio del 1513 le porte del Bargello si erano chiuse dietro alle spalle di Niccolò.

La descrizione della sua detenzione ce la fa lui stesso in un sonetto, che indirizzò a Giuliano de Medici per chiederne la grazia.

Raffaello,_giuliano_de'_mediciIo ho, Giuliano, in gamba un paio di geti
con sei trattidi fune in su le spalle:
l’altre miserie mie non vo’ contalle,
poiché così si trattano è poeti!

Menon pidocchi queste parieti
bolsi spaccati, che paion farfalle;
né fu mai tanto puzzo in Roncisvalle,
o in Sardigna fra quegli alboreti,
quanto nel mio sì delicato ostello;
con un romor, che proprio par che ’n terra
fùlgori Giove e tutto Mongibello.

L’un si incatena e l’altro si disferra
con batter toppe, chiavi e chiavistelli:
un altro grida è troppo alto da terra!

Quel che mi fe’ più guerra,
fu che, dormendo presso a la aurora,
cantando sentii dire: — Per voi s’òra.
Or vadin in buona ora;
purché vostra pietà ver me si voglia,
buon padre, e questi rei lacciuol ne scioglia.

L’amarissima ironia che sgorga da questi versi, la durezza verso i cospiratori condotti al patibolo, sgorgano dalla penna di un uomo, fino a poco tempo prima rispettato segretario della Cancelleria, ed ora recluso in una fetida cella per l’imprudenza e leggerezza altrui. Le torture inflitte e la chiara coscienza che la sua sorte non poteva che essere la condanna a morte, o la reclusione in qualche lontana fortezza, accentuano il fiele che trasuda dalle sue parole.

La giustizia dell’epoca tuttavia riteneva prova sovrana la confessione, anche se ottenuta sotto tortura. E Niccolò non confessò, nonostante gli fossero state slogate le ossa delle braccia lasciandolo cadere sei volte. Non confessò, poiché non poteva confessare colpe non sue. Tuttavia Machiavelli non si aspettava di esser prosciolto.
La situazione politica, lui questo lo capiva meglio di chiunque altro, non inclinava la giustizia medicea alla clemenza. La sua unica speranza era la grazia di Giuliano. Grazia che chiede con grandissima dignità, non umiliandosi, non giurando fedeltà, o piangendo le proprie disgrazie, bensì nella forma più inusuale: un sonetto, dove sfoggiare la qualità che tutti gli riconoscevano – l’ironia. Non sappiamo che effetto ebbero i suoi versi, né se la clemenza di Giuliano avrebbe avuto corso. Sappiamo che la gioia per l’elezione di papa Medici indusse a dichiarare l’amnistia e a graziare parte dei congiurati.

Niccolò Machiavelli fu liberato l’11 o il 12 marzo 1513. Il giorno seguente scrive una lettera a Francesco Vettori per ringraziare della liberazione avvenuta, e in quelle righe promette, forse più a se stesso che all’amico, di stare più attento nel parlare. Compito arduo per un uomo dalla parola così sferzante e dalla lingua così tagliente.

(C.Barcucci)

Leggete la prima e l’ultima parte del racconto del difficile anno 1513 vissuto da Niccolò Machiavelli: parte I e parte III.

Scoprite i nostri itinerari nei luoghi di Machiavelli: il palazzo della Signoria e l’Oltrarno, possiamo inoltre proporvi un itinerario storico-letterario dedicato a Machiavelli.


«

Su questo sito web utilizziamo strumenti nostri o di terze parti che memorizzano piccoli file ( cookie ) sul dispositivo. I cookie sono normalmente utilizzati per consentire al sito di funzionare correttamente ( cookie tecnici ), per generare rapporti sull’utilizzo della navigazione ( cookie statistici ) e per pubblicizzare adeguatamente i nostri servizi / prodotti ( cookie di profilazione ). Possiamo utilizzare direttamente i cookie tecnici, ma [tu] hai il diritto di scegliere se abilitare o meno i cookie statistici e di profilazione . Abilitando questi cookie, ci aiuti a offrirti un’esperienza migliore .

Some contents or functionalities here are not available due to your cookie preferences!

This happens because the functionality/content marked as “%SERVICE_NAME%” uses cookies that you choosed to keep disabled. In order to view this content or use this functionality, please enable cookies: click here to open your cookie preferences.